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La grande trasformazione

La grande trasformazione

Le origini economiche e politiche della nostra epoca
di Karl Polanyi 1944 360 pagine
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Punti chiave

1. Il mercato autoregolato: un’utopia distruttiva

La nostra tesi è che l’idea di un mercato che si autoregola implicava un’utopia radicale.

Una civiltà unica. La civiltà del XIX secolo, senza precedenti nella storia, si fondava su quattro pilastri: il sistema dell’equilibrio di potere, il gold standard internazionale, il mercato autoregolato e lo stato liberale. Tra questi, il mercato autoregolato era la “fonte e matrice”, da cui nasceva una civiltà specifica. Questo sistema, guidato dall’aspettativa del massimo guadagno monetario, affidava l’intera produzione e distribuzione dei beni esclusivamente ai prezzi di mercato, presupponendo mercati per tutti gli elementi dell’industria.

L’autodistruzione insita. Un mercato simile, se lasciato funzionare senza interferenze esterne, avrebbe inevitabilmente annientato la sostanza umana e naturale della società, distruggendo fisicamente le persone e trasformando l’ambiente in una landa desolata. La società, per preservarsi, fu costretta a intervenire con misure protettive. Tuttavia, tali interventi, pur necessari, compromettevano l’autoregolazione del mercato, disorganizzavano la vita industriale e, in ultima analisi, mettevano in pericolo la società in modo diverso, conducendo al collasso del sistema.

La grande trasformazione. Il crollo di questo meccanismo istituzionale unico, in particolare del gold standard, scatenò negli anni Trenta una “grande trasformazione”. Questo sconvolgimento globale vide l’ascesa di nuovi sistemi economici e politici — fascismo, socialismo e New Deal — che rifiutavano radicalmente l’ideale utopico del mercato autoregolato e i suoi principi fondamentali.

2. Storicamente, le economie erano immerse nelle relazioni sociali

La scoperta più rilevante delle recenti ricerche storiche e antropologiche è che l’economia umana, di norma, è immersa nelle sue relazioni sociali.

Una sfida ad Adam Smith. Contrariamente all’influente idea di Adam Smith della “propensione dell’uomo a barattare, commerciare e scambiare”, le evidenze storiche e antropologiche mostrano che prima del XIX secolo nessuna economia era controllata principalmente dai mercati. L’attività economica era sempre inserita in relazioni sociali più ampie, subordinata alla politica, alla religione e alla consuetudine, piuttosto che operare come una sfera autonoma.

Motivazioni non economiche. Gli esseri umani nelle società pre-mercato agivano per salvaguardare la loro posizione sociale, i loro diritti e beni, attribuendo valore ai beni materiali solo nella misura in cui servivano a questi scopi. Produzione e distribuzione erano garantite da motivazioni non economiche, principalmente:

  • Reciprocità: scambi di dare e avere all’interno di strutture sociali come famiglia e parentela, spesso facilitati da modelli sociali simmetrici.
  • Redistribuzione: raccolta centrale e successiva distribuzione di beni e servizi da parte di un capo, tempio o signore, spesso legata all’organizzazione territoriale e al potere politico.
  • Economia domestica (Oeconomia): produzione per uso proprio all’interno di un gruppo chiuso (famiglia, villaggio, feudo), senza scopo di lucro.

I mercati come fenomeni esterni. I mercati, pur presenti fin dall’età della pietra, erano tipicamente fenomeni esterni, al servizio del commercio a lunga distanza tra comunità diverse, non organizzazioni economiche interne. I mercati locali erano marginali e fortemente regolamentati, concepiti per proteggere la comunità dalle forze di mercato, non per espanderle.

3. Le merci fittizie: lavoro, terra e denaro

La descrizione come merci di lavoro, terra e denaro è del tutto fittizia.

La finzione fatale del mercato. Un’economia di mercato autoregolata richiede che tutti gli elementi dell’industria — beni, lavoro, terra e denaro — siano organizzati come merci prodotte per la vendita. Tuttavia, lavoro, terra e denaro non sono vere merci; non sono prodotti per la vendita.

  • Lavoro: attività umana, inseparabile dalla vita stessa, non prodotta per il mercato.
  • Terra: natura, non prodotta dall’uomo.
  • Denaro: un simbolo di potere d’acquisto, non prodotto ma creato dalla banca o dalla finanza statale.

La demolizione della società. Trattare queste “merci fittizie” come se fossero prodotte per la vendita conduce alla “demolizione della società”.

  • Lavoro: esporre gli esseri umani alle bizze del mercato distrugge il loro benessere fisico, psicologico e morale, causando disgregazione sociale, vizio e fame.
  • Terra: subordinare la natura al mercato deturpa i paesaggi, inquina i fiumi e distrugge la capacità di produrre cibo e materie prime.
  • Denaro: l’amministrazione del potere d’acquisto da parte del mercato provoca crisi periodiche, liquidando imprese e distruggendo capitale attraverso carenze e surplus.

Principio organizzatore della società. Nonostante la loro natura fittizia, l’assunzione che lavoro, terra e denaro siano merci divenne il principio organizzatore della società del XIX secolo. Ciò significava che nessun accordo o comportamento poteva essere consentito se impediva al meccanismo di mercato di funzionare secondo questa finzione, subordinando così la stessa sostanza della società alle leggi del mercato.

4. Il “doppio movimento”: espansione del mercato e protezione sociale

La storia sociale del XIX secolo fu dunque il risultato di un doppio movimento: l’estensione dell’organizzazione di mercato rispetto alle merci genuine fu accompagnata dalla sua restrizione rispetto a quelle fittizie.

Due forze opposte. La dinamica della società moderna per un secolo (1815-1914) fu caratterizzata da un “doppio movimento”. Da un lato vi era l’espansione incessante del sistema di mercato, guidata dal liberalismo economico, che mirava a stabilire mercati autoregolati per tutti i beni, lavoro, terra e denaro. Dall’altro lato si sviluppò un potente contro-movimento di protezione sociale.

Proteggere l’uomo, la natura e la produzione. Questo contro-movimento cercava di conservare gli esseri umani, la natura e l’organizzazione produttiva dalle implicazioni distruttive del trattare lavoro, terra e denaro come semplici merci. Si manifestò attraverso:

  • Legislazione sulle fabbriche e leggi sociali: per proteggere i lavoratori industriali.
  • Leggi sulla terra e tariffe agrarie: per salvaguardare risorse naturali e cultura rurale.
  • Banche centrali e gestione monetaria: per tutelare le imprese produttive dalle fluttuazioni dei prezzi.

Ruoli delle classi sociali. Diverse classi sociali svolsero ruoli distinti:

  • Borghesia: principalmente promotrice dell’espansione del mercato, convinta della beneficenza del profitto.
  • Aristocrazia terriera e contadini: spesso difensori delle strutture sociali tradizionali e delle risorse nazionali.
  • Classe operaia: divenne rappresentante degli interessi umani comuni, cercando protezione dalle devastazioni del mercato.

Questa interazione tra espansione del mercato e autodifesa sociale creò tensioni istituzionali profonde, che alla fine portarono al crollo dell’ordine ottocentesco.

5. Speenhamland: un tentativo fallito di proteggere il lavoro dal mercato

L’episodio di Speenhamland rivelò al popolo del paese guida del secolo la vera natura dell’avventura sociale in cui si stava imbarcando.

Evitare un mercato del lavoro. Dal 1795 al 1834, la legge di Speenhamland in Inghilterra, un “sistema di sussidi”, forniva integrazioni salariali basate sul prezzo del pane, garantendo un reddito minimo indipendentemente dai guadagni. Questa misura, pur intesa a proteggere i poveri e prevenire la disgregazione sociale, impedì di fatto la formazione di un mercato del lavoro competitivo. Fu un disperato tentativo della nobiltà rurale di mantenere l’ordine sociale tradizionale nel mezzo della nascente Rivoluzione Industriale.

Conseguenze disastrose. Il “diritto a vivere” si rivelò una “trappola mortale”.

  • I lavoratori persero l’incentivo a lavorare, poiché il reddito era garantito.
  • I salari furono spinti sotto il livello di sussistenza, sovvenzionati con fondi pubblici.
  • La produttività calò e la popolazione rurale si impoverì e demoralizzò sempre più.
  • I datori di lavoro beneficiarono di manodopera a basso costo, scaricando il peso sui contribuenti.

Catalizzatore del capitalismo. Il totale fallimento di Speenhamland, che creò una “miseria comoda della degradazione”, convinse i contemporanei che un ordine capitalistico funzionante richiedeva l’abolizione del “diritto a vivere”. La sua revoca nel 1834, con la Nuova Legge sui Poveri, fu un passo brutale ma decisivo per stabilire un mercato del lavoro libero, segnando il vero “compleanno della classe operaia moderna” e l’inizio del capitalismo industriale come sistema sociale.

6. Il laissez-faire fu pianificato; il protezionismo fu una risposta spontanea

La strada verso il libero mercato fu aperta e mantenuta aperta da un enorme aumento di interventismo continuo, centralizzato e controllato.

Il paradosso del liberalismo. Il liberalismo economico, spesso presentato come un’evoluzione naturale, fu in realtà un progetto deliberato imposto dallo stato. Il laissez-faire non fu un risultato spontaneo, ma richiese un vasto intervento governativo per stabilire e mantenere i suoi principi fondamentali: un mercato del lavoro competitivo, un gold standard automatico e il libero scambio internazionale. I benthamiti, per esempio, ampliarono enormemente l’amministrazione statale per smantellare vecchie regolamentazioni e creare le condizioni per i mercati liberi.

Contromovimento spontaneo. Al contrario, il contro-movimento protettivo contro il laissez-faire fu in gran parte spontaneo e non diretto. Emersero innumerevoli interventi disconnessi, guidati da risposte pragmatiche agli effetti distruttivi del mercato su esseri umani, natura e organizzazioni produttive.

  • Interventi diversificati: leggi sulla qualità degli alimenti, condizioni di fabbrica, salute pubblica, servizi municipali e assicurazioni sociali furono adottate da gruppi diversi, spesso liberali convinti, senza un’ideologia “collettivista” unificata.
  • Soluzioni mutevoli: le risposte a problemi come l’indennità per gli infortuni sul lavoro evolsero da forme individualistiche a “collettivistiche”, non per mutamenti ideologici, ma per la natura stessa dei problemi.
  • Tendenza universale: misure anti-liberali simili apparvero in vari paesi (Inghilterra, Germania, Francia, Austria) in fasi comparabili di sviluppo industriale, suggerendo bisogni sociali oggettivi piuttosto che una “cospirazione collettivista”.

L’incoerenza dei liberali. Anche i liberali economici più radicali, di fronte ai fallimenti del mercato (es. monopoli, potere sindacale), paradossalmente invocavano l’intervento statale per preservare il “mercato competitivo libero”, dimostrando che il laissez-faire stesso era subordinato all’ideale del mercato autoregolato.

7. Il gold standard: il nucleo fragile dell’economia mondiale ottocentesca

Tra queste istituzioni il gold standard si rivelò cruciale; la sua caduta fu la causa prossima della catastrofe.

Il perno centrale. Il gold standard internazionale era l’istituzione centrale dell’economia mondiale del XIX secolo, simbolo della sua organizzazione unica. Tentava di estendere il sistema di mercato domestico al campo internazionale, garantendo scambi esteri stabili e facilitando il commercio e i flussi di capitale globali. Il suo mantenimento era considerato assiomatico, una “fede dell’epoca”, essenziale per pace e prosperità.

Contraddizioni insite. Tuttavia, il gold standard conteneva un difetto fondamentale: richiedeva che le economie domestiche si adattassero ai livelli di prezzo internazionali tramite deflazione ogni volta che la valuta era minacciata. Ciò significava:

  • Sacrificio della stabilità interna: la deflazione causava vaste liquidazioni aziendali, disoccupazione e miseria sociale.
  • Incompatibilità con la produzione industriale: la moneta-merce (oro) non poteva espandersi abbastanza rapidamente per soddisfare le esigenze delle transazioni industriali in crescita, provocando cadute dei prezzi.

La banca centrale come ammortizzatore. Per attenuare questi effetti distruttivi emerse la banca centrale come misura protettiva. Le banche centrali gestivano il credito, ammortizzavano l’impatto dei prelievi d’oro e distribuivano il peso della deflazione, riducendo così l’automatismo del gold standard a una mera apparenza. Ciò portò la politica monetaria nel campo politico, creando nuove tensioni.

Il crollo finale. L’instabilità intrinseca del gold standard, aggravata dalle misure protettive adottate per sostenerlo, portò infine al suo crollo negli anni Trenta. Questo evento, scatenato dal crollo di Wall Street e dall’abbandono dell’oro da parte delle grandi potenze, segnò il fallimento definitivo dell’economia di mercato e l’avvio di una rivoluzione mondiale.

8. Oltre lo sfruttamento economico: il pericolo della disintegrazione culturale

Non lo sfruttamento economico, come spesso si presume, ma la disintegrazione dell’ambiente culturale della vittima è la causa della degradazione.

Calamità sociale come fenomeno culturale. L’“inferno del capitalismo iniziale” non fu solo un fenomeno economico misurabile con salari o dati demografici. Fu soprattutto una catastrofe culturale, una “dislocazione sociale di proporzioni enormi”, simile agli effetti devastanti del contatto culturale sulle tribù native. La degradazione delle classi lavoratrici derivava dalla distruzione del loro ambiente culturale tradizionale.

Il “vuoto culturale”. Quando un’economia di mercato viene imposta a una comunità organizzata diversamente, le sue istituzioni di base vengono violentemente sconvolte.

  • Perdita di rispetto di sé e di standard: i mestieri tradizionali decadono, le condizioni sociali si distruggono e le persone perdono senso di scopo e identità.
  • Commodificazione forzata: trasformare lavoro e terra in merci liquida ogni istituzione culturale in una società organica, generando un “vuoto culturale”.
  • Esempi: la trasformazione del Kaffir in “rifiuto umano” o la decimazione degli indiani d’America dopo la divisione forzata delle terre, nonostante i potenziali “benefici” economici, illustrano questa profonda degradazione.

Le carestie in India. Le carestie nell’India del XIX secolo non furono principalmente dovute allo sfruttamento da parte del Lancashire o a fallimenti dei raccolti, ma alla demolizione della comunità rurale indiana causata dal libero mercato del grano. Le scorte locali per la prevenzione delle carestie furono eliminate e la gente non poteva permettersi il grano ai prezzi di mercato, causando una fame di massa.

9. Nazionalismo e autarchia: risposte politiche al fallimento del mercato

Il movimento autarchico degli anni Venti fu essenzialmente profetico: indicava la necessità di un adattamento al fatto di un ordine che svaniva.

Paura dell’interdipendenza. La Grande Guerra mise in luce i pericoli dell’interdipendenza globale, spingendo le nazioni a privilegiare l’autosufficienza. La “re-agrarizzazione” dell’Europa centrale e l’ascesa dell’autarchia non furono deviazioni romantiche, ma risposte logiche all’inaffidabilità del mercato mondiale e alla necessità di sicurezza alimentare e di materie prime.

Leva politica degli interessi agrari. Negli anni Venti il protezionismo agrario divenne una necessità per molti paesi europei. I contadini, spesso una classe modesta, acquisirono un’influenza politica sproporzionata difendendo il sistema di mercato dalla minaccia percepita delle politiche operaie. La loro capacità di mantenere “legge e ordine” in una società di mercato tesa li rese politicamente indispensabili.

Il nuovo nazionalismo. Il gold standard internazionale, pur promuovendo l’integrazione economica globale, favorì paradossalmente un nuovo nazionalismo più geloso. Le valute nazionali, tutelate da sovranità assoluta, divennero l’espressione economica dell’identità nazionale. Questo “liberalismo nazionale” combinava protezionismo e imperialismo all’estero con conservatorismo monopolistico in patria.

L’autarchia strategica della Germania. La Germania, dopo la Prima Guerra Mondiale, perseguì deliberatamente l’autarchia economica, staccandosi dai sistemi internazionali di capitale, merci e valute. Fu una mossa strategica per ridurre il controllo esterno e prepararsi a rifiutare obblighi politici, anticipando la dissoluzione finale dell’economia ottocentesca e guadagnando un vantaggio sui suoi avversari.

10. Il fascismo: una soluzione degenerativa al blocco della società di mercato

Il fascismo, come il socialismo, affondava le radici in una società di mercato che rifiutava di funzionare.

Un fenomeno mondiale. Il fascismo non fu un’anomalia locale, ma una possibilità politica globale, una “reazione emotiva quasi istantanea in ogni comunità industriale dagli anni Trenta in poi.” Emersero come risposta al blocco istituzionale del capitalismo liberale, offrendo una “riforma” che eliminava le istituzioni democratiche sia nel campo industriale che politico.

Sintomi della fase fascista. I paesi prossimi al fascismo mostravano:

  • Diffusione di filosofie irrazionalistiche e estetiche razziste.
  • Demagogia anticapitalista e visioni eterodosse della moneta.
  • Critiche al sistema dei partiti e disprezzo per i regimi democratici.
  • I movimenti fascisti spesso arrivarono al potere non tramite rivoluzione popolare, ma attraverso una “finta ribellione” con l’approvazione tacita delle autorità.

La paralisi del mercato. La “situazione fascista” nacque quando le enormi organizzazioni industriali e politiche del lavoro e di altre forze democratiche si dissolsero, incapaci di risolvere la paralisi del sistema di mercato. La paura non era tanto del bolscevismo in sé, quanto della potenzialità della classe operaia di ignorare le regole del mercato (es. diritti di proprietà, flessibilità salariale) in un’emergenza, cosa che avrebbe distrutto fatalmente il regime economico.

Sacrificare la libertà per la funzione. Il fascismo offrì una via d’uscita da questo stallo rivitalizzando il sistema economico a costo di tutte le libertà democratiche. Implicava una “rieducazione” volta a denaturalizzare l’individuo, negando la fratellanza umana e imponendo la conversione di massa con metodi scientifici di tortura. Rappresentava un rifiuto profondo del postulato di libertà.

11. Ripensare la libertà in una società complessa post-mercato

La fine dell’economia di mercato può diventare l’inizio di un’era di libertà senza precedenti.

Oltre l’utopia del mercato. Il crollo della società di mercato ottocentesca ci costringe a confrontarci con la realtà che l’industrialismo deve essere subordinato alla natura umana. L’ideale utopico del mercato autoregolato, basato sulla falsa premessa dell’interesse economico come motore primario dell’uomo, è ormai un ricordo. Il futuro risiede in una nuova base non mercantile per la civiltà industriale.

Smantellare le merci fittizie. Questa nuova era implica rimuovere lavoro, terra e denaro dal meccanismo di mercato:

  • Lavoro: i contratti salariali cesseranno di essere puramente privati; salari minimi, condizioni di fabbrica e orari saranno determinati al di fuori del mercato, con un ruolo cruciale per sindacati e organismi pubblici.
  • Terra: la terra sarà incorporata in istituzioni come aziende agricole familiari, cooperative e riserve pubbliche, con gli elementi essenziali sottratti alla giurisdizione di mercato.
  • Denaro: il controllo del denaro sarà tolto al mercato, con governi che indirizzeranno gli investimenti e regoleranno il risparmio attraverso la “finanza funzionale”.

Nuove libertà e tutele. La fine della società di mercato non significa assenza di mercati, ma la loro subordinazione alla società democratica. Questa trasformazione può condurre a un’era di libertà senza precedenti, che si estende oltre la sfera politica fino all’organizzazione intima della società.

  • Maggiore libertà civica: saranno necessarie nuove tutele per proteggere la libertà personale, incluso il diritto alla non conformità e a un lavoro in condizioni approvate, opponibili a tutte le autorità.
  • Collaborazione economica: la cooperazione economica internazionale tra governi sostituirà la sovranità anarchica, permettendo alle nazioni di modellare liberamente le istituzioni interne.
  • Accettazione della realtà: la vera libertà richiede di accettare la realtà della società, inclusi potere e costrizione, e di impegnarsi a rimuovere ogni ingiustizia e non libertà rimovibile all’interno di quella realtà, anziché aggrapparsi a un’idea illusoria di libertà.

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Potresti fornirmi il testo da tradurre? Al momento vedo solo le virgolette triple senza contenuto all'interno.

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Sull'autore

Karl Paul Polanyi è stato uno studioso austro-ungarico noto per la sua critica al pensiero economico tradizionale. Nel suo lavoro fondamentale, "La grande trasformazione", sostenne che le società basate sul mercato nell’Europa moderna non erano affatto inevitabili. Polanyi elaborò il sostantivismo, un approccio culturale all’economia che sottolinea come le economie siano radicate nella società e nella cultura. Le sue idee ottennero grande riscontro in ambito antropologico, nella storia economica e nelle scienze politiche. L’opera di Polanyi è stata applicata a diversi contesti storici, diventando un modello per la sociologia storica. Le sue teorie posero le basi per il movimento della democrazia economica. Sua figlia, Kari Polanyi Levitt, è Professore Emerito di Economia presso la McGill University.

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