Punti chiave
1. Le Radici della Strategia della Tensione: Guerra Fredda e Strutture Occulte.
La cold war contro il nemico interno è, innanzitutto, una guerra psicologica eseguita prevalentemente nel campo delle comunicazioni di massa.
La Guerra Fredda in Italia ha fornito la giustificazione per comportamenti illegali e impunità, saldando segreto e illegalità in nome di una distorta concezione della sicurezza nazionale. L'Italia, considerata uno Stato cardine nello scacchiere mediterraneo, fu profondamente condizionata dagli Stati Uniti fin dalla metà degli anni Quaranta. Questa influenza americana, accettata dalla classe dirigente italiana per la propria permanenza al governo, si manifestò attraverso due strumenti principali: la guerra psicologica e la guerra non ortodossa.
La guerra psicologica mirava a manipolare l'opinione pubblica attraverso la paura e il pericolo, mentre la guerra non ortodossa prevedeva la creazione di strutture paramilitari segrete. Queste operazioni clandestine, spesso al di fuori delle procedure istituzionali e all'insaputa del Parlamento, erano considerate indispensabili per combattere la minaccia comunista. La distinzione tra guerra e pace, militare e civile, si annullava, lasciando spazio solo alla dicotomia amico/nemico.
Il Pentagono, verso la fine degli anni Cinquanta, sviluppò nuove tattiche di guerra non ortodossa, definite "guerra rivoluzionaria", spostando il conflitto dal nemico esterno a quello interno. Questa teoria, che vedeva l'avanzata sovietica attraverso guerriglia, terrorismo e lotte sociali, legittimò l'uso di tecniche militari e psicologiche per rafforzare politiche conservatrici filo-americane. In Italia, ciò portò alla creazione di strutture coperte come Gladio e i Nuclei di difesa dello Stato (Nds), dove la "legalità" atlantica prevaleva sulla Costituzione italiana.
2. Gladio e i Servizi Segreti: Un Potere Parallelo e Colluso.
Con Gladio la “legalità” atlantica prevale sulla legalità della Repubblica italiana poiché l’articolo 18 della Costituzione proibisce le associazioni segrete.
Gladio, la filiazione italiana della rete militare Stay Behind della NATO, fu formalmente istituita nel 1956 attraverso un accordo segreto tra i servizi italiani e gli Stati Uniti. Nata per operare in caso di invasione nemica, la sua esistenza rimase segreta al pubblico e al Parlamento fino al 1990. Tuttavia, fin dall'inizio, l'intelligence statunitense la monitorò anche in funzione di "nemico interno", nonostante i protocolli ufficiali lo vietassero.
Questa struttura, dotata di basi segrete e depositi di armi (Nasco), non solo fornì supporto materiale a gruppi eversivi, ma addestrò psicologicamente i suoi uomini alla "strategia della tensione". Esercitazioni come "Delfino" (1966) prevedevano attività terroristiche intimidatorie e provocazioni da attribuire alla sinistra, prefigurando la trama degli eventi successivi. Elementi di Ordine Nuovo, come Giovanni Ventura e Franco Freda, ebbero accesso a materiale NATO da depositi Gladio.
La Commissione Terrorismo e Stragi, pur riconoscendo la legittimità di una rete di resistenza, criticò i mezzi e la passività dei politici di fronte ai servizi, condannando la delega di responsabilità che favorì l'impunità. Tra gli "esclusi" dagli elenchi ufficiali di Gladio figuravano figure chiave della strategia della tensione, come Gianfranco Bertoli e Manlio Portolan, suggerendo che svolgessero funzioni esterne all'organizzazione, fungendo da collegamento tra istituzioni ed eversione. Il democristiano Paolo Emilio Taviani è riconosciuto come il "padre politico" di Gladio.
3. L'Estremismo di Destra: Braccio Armato per la Destabilizzazione.
Le organizzazioni di estrema destra come agenzie per la guerra non ortodossa.
Le organizzazioni neofasciste come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale furono reclutate e finanziate dai servizi segreti italiani (SID e Uaarr) e statunitensi (CIA), fungendo da "agenzie esterne" per la guerra non ortodossa. Questa collusione permise loro di acquisire un'incidenza politica che altrimenti non avrebbero avuto, inserendole nel nucleo dello Stato nonostante la loro apparente esclusione dalla vita repubblicana.
Ordine Nuovo, in particolare, si distinse per la sua ideologia neonazista e la prontezza all'azione, anticipando le elaborazioni sulla guerra rivoluzionaria e fornendo uomini agli apparati statali. L'organizzazione possedeva dotazioni militari e aveva accesso a depositi Gladio, con figure come Carlo Digilio (agente CIA) che fungeva da armiere. Il leader Pino Rauti, indagato per Piazza Fontana, era al centro di una rete di contatti internazionali, inclusa l'Aginter Press, un'organizzazione NATO controllata dalla CIA.
Questi gruppi, impiegati esclusivamente contro il "nemico interno", ricevettero protezione istituzionale, operando con una doppia natura: pubblica e riservata, con una struttura interna di tipo militare. L'infiltrazione negli ambienti di sinistra, come nel caso di Mario Merlino nel circolo anarchico XXII Marzo, fu una tattica chiave dell'Operazione Chaos della CIA, volta a creare disordini e consolidare l'egemonia atlantica.
4. La Stampa e la Guerra Psicologica: Manipolazione dell'Opinione Pubblica.
La notizia nella guerra psicologica.
La strategia della tensione si manifestava non solo attraverso azioni violente, ma anche tramite la manipolazione dell'informazione, dove la notizia stessa diventava un'arma decisiva. Il significato attribuito agli atti violenti, spesso prefabbricato dalle autorità politiche e militari, era cruciale per influenzare l'opinione pubblica e orientare il dibattito.
Il convegno dell'Istituto Pollio (1965) fu un momento chiave per delineare le tecniche di guerra psicologica, con una forte presenza di giornalisti e militari che incarnavano il binomio segreto-divulgazione. Testate come "Il Tempo" e "Il Borghese", vicine agli ambienti dell'intelligence e dell'estremismo di destra, adottarono una visione ossessiva e unidimensionale del "nemico" (identificando tutti i movimenti di sinistra con il comunismo), criminalizzandolo e denunciando una presunta "congiura comunista".
Le agenzie di informazione, spesso legate ai servizi segreti, giocarono un ruolo cruciale nel diffondere notizie pilotate e nel "confezionamento" della verità, mescolando il vero con il falso. Agenzie come "Op" di Mino Pecorelli, "Agenzia D" di Guido Giannettini e Pino Rauti, o "Oltremare" di Giorgio Torchia, fungevano da canali privilegiati per filtrare comunicazioni e influenzare la stampa, spesso ignara della vera origine delle notizie. Questo sistema di "fughe di notizie" era alimentato dalle rivalità interne ai servizi stessi.
5. Il Piano Solo e i Preludi Autoritaristi (1964-1968).
Il Piano Solo costituisce una minaccia per i coordinatori del centro sinistra, il democristiano, e presidente del Consiglio, Aldo Moro, e il socialista Pietro Nenni.
Il Piano Solo del 1964, elaborato dai Carabinieri sotto il comando del generale Giovanni De Lorenzo, rappresentò un tentativo di colpo di Stato volto a condizionare la politica italiana e frenare l'avanzata del centrosinistra. Il piano prevedeva la deportazione di 731 oppositori (politici, sindacalisti, giornalisti) nella base Gladio di Capo Marrargiu e l'occupazione di uffici governativi e sedi di partiti di sinistra.
Il Presidente della Repubblica Antonio Segni, avverso al centrosinistra, fu coinvolto nel piano, cercando di favorire una coalizione di centrodestra e l'istituzione di una Repubblica presidenziale. Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio, e Pietro Nenni furono a conoscenza dell'intimidazione, che li spinse ad accettare un programma di riforme più moderate. La stampa conservatrice, come "Epoca" e "Die Welt", alimentò il clima di paura, suggerendo la necessità di un "governo energico".
Nonostante la gravità del complotto, il Piano Solo non portò a procedimenti penali, e i militari coinvolti continuarono le loro carriere, molti dei quali affiliati alla P2. Questa impunità e la mancata individuazione dei responsabili crearono un precedente pericoloso, lasciando la democrazia italiana sotto la minaccia di un potere occulto e favorendo alternative autoritarie nel decennio successivo.
6. Piazza Fontana (1969): La Strage Fondativa e la Pista Anarchica.
L’attentato produce un effetto domino sulla scena pubblica che ne esce completamente reinterpretata.
La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con 17 morti e 105 feriti, fu il culmine di una serie di 25 attentati ordinovisti iniziati ad aprile, segnando l'inizio della stagione più lunga della violenza politica in Italia. L'esplosione, avvenuta nella Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, fu accompagnata da altri ordigni a Milano e Roma, tutti realizzati con gli stessi componenti, indicando una matrice unitaria.
Le indagini iniziali furono immediatamente deviate verso la "pista anarchica", nonostante l'Ufficio Affari Riservati avesse segnalazioni che escludevano tale matrice. La polizia, in particolare il questore Marcello Guida e il commissario Luigi Calabresi, si concentrò sugli anarchici, costruendo un pregiudizio di colpevolezza che legava il '68, gli anarchici e le bombe, anche attraverso richiami storici forzati come l'attentato al Teatro Diana del 1921.
La strage fu compiuta da Ordine Nuovo, con il coinvolgimento di Avanguardia Nazionale per gli attentati a Roma, e fu favorita da collegamenti internazionali, inclusa la CIA e l'Aginter Press. Gli apparati di sicurezza italiani erano a conoscenza dei preparativi e ostacolarono le indagini, utilizzando la strage per modificare gli equilibri politici del Paese e spingere verso un riposizionamento conservatore.
7. La Morte di Pinelli e Valpreda: La Costruzione del "Mostro".
La foto costruisce il mostro con un’autoevidenza che non chiede nessuno sforzo interpretativo.
La morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, divenne un caso emblematico di giustizia negata e alimentò la controinformazione. Nonostante le circostanze mai chiarite e le contraddizioni nelle versioni ufficiali, la Questura accreditò la tesi del suicidio, definendolo un "gesto disperato" e una "autoaccusa".
L'arresto di Pietro Valpreda, un anarchico "individualista" con un passato controverso, fu annunciato in diretta televisiva il 16 dicembre, presentandolo come il "colpevole" delle stragi di Milano e Roma. La sua immagine, in particolare una foto con il pugno chiuso, fu ampiamente utilizzata dalla stampa per costruire il "mostro", associando la sua figura all'estremismo e alla delinquenza, nonostante le prove a suo carico fossero scarse e dubbie.
La stampa, in gran parte, contribuì alla "lapidazione mediatica" di Valpreda, ignorando le incongruenze delle indagini e le smentite delle federazioni anarchiche. Il suo profilo di "ballerino dinamitardo" e "uomo senza" (famiglia, lavoro, ideali) fu enfatizzato per delegittimarlo. La controinformazione, in particolare "Lotta Continua" e il libro "La strage di Stato", denunciò la macchinazione giudiziaria e la "strage di Stato", ma la verità ufficiale rimase a lungo dominante.
8. Il Golpe Borghese (1970): Un Tentativo Sventato ma Rivelatore.
Il golpe Borghese prefigura un passo ulteriore rispetto al Piano Solo: ci sono maggiori energie sotterranee, alcuni politici e numerosi militari agiscono in bilico tra fedeltà istituzionale e congiura, rendendo la trama del golpe “l’avvenimento di maggior rilievo nel percorso che porta da Piazza Fontana alla strage di Brescia”.
Il tentativo di colpo di Stato del 7 dicembre 1970, noto come "Golpe Borghese" o "Operazione Tora Tora", coinvolse il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, alti ufficiali, politici, industriali, la P2 e la criminalità organizzata. Originariamente concepito come sviluppo della strage di Piazza Fontana, il golpe fu bloccato all'ultimo momento, probabilmente a causa del ritiro dell'appoggio statunitense.
La trama golpista, che prevedeva l'occupazione del Ministero dell'Interno e della Rai, fu nota ai vertici dello Stato e agli Stati Uniti, ma fu coperta da un "patto di silenzio" tra i partiti democratici. Giulio Andreotti, allora Ministro della Difesa, e Mario Tanassi, Ministro della Difesa, furono indicati come figure che avrebbero incoraggiato e finanziato il golpe, e Andreotti stesso operò per "scremare" la lista dei congiurati.
Lo scoop di "Paese Sera" nel marzo 1971 rivelò parzialmente il complotto, ma la sua portata fu minimizzata dalla stampa e dalle istituzioni, che lo derubricarono a "golpe da operetta". Nonostante ciò, il golpe Borghese evidenziò la profonda infiltrazione di elementi eversivi negli apparati statali e la continuità delle strutture occulte, come i Nuclei di Difesa dello Stato, che avrebbero continuato a operare in altri tentativi di sovvertimento.
9. Le Stragi Negate: Gioia Tauro e Peteano (1970-1972).
Per lungo tempo la verità istituzionale ha invece stabilito che si era trattato di un incidente.
La strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970), dove il deragliamento del treno Freccia del Sud causò 6 morti e 139 feriti, fu inizialmente classificata come incidente, nonostante fosse un attentato di Avanguardia Nazionale e 'Ndrangheta. Questa "strage negata" fu un'operazione di disinformazione volta a evitare l'attribuzione della responsabilità all'estrema destra e a bloccare il disegno eversivo, giudicato non in linea con le finalità di controllo sociale del Ministero dell'Interno.
L'attentato di Peteano (31 maggio 1972), che causò la morte di tre carabinieri, fu opera di Ordine Nuovo e del MSI, ma le indagini furono depistate per anni, con la creazione di una falsa "pista rossa". Il perito Marco Morin, membro di Ordine Nuovo, attestò falsamente l'uso di esplosivo militare (T4) per orientare le indagini verso le Brigate Rosse. La verità fu occultata nonostante chiari indizi e la conoscenza degli autori da parte di servizi segreti e carabinieri.
Entrambi gli episodi dimostrarono la capacità degli apparati statali di proteggere l'eversione nera e di manipolare la verità per fini politici. Nel caso di Peteano, il colonnello Dino Mingarelli e il generale Giovanni Battista Palumbo furono condannati per depistaggio, ma ottennero il condono della pena. Queste stragi, pur con un impatto mediatico minore rispetto a Piazza Fontana, rivelarono la persistenza di una "guerra tra servizi" e la collusione tra settori dello Stato e l'estremismo di destra.
10. L'Attentato alla Questura di Milano (1973): Il Travestimento Rosso Fallito.
L’attentato alla questura è l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione.
L'attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973, che causò 4 morti e 46 feriti, fu un'azione di Ordine Nuovo, eseguita da Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico con un passato di informatore dei servizi. L'obiettivo era colpire il Ministro dell'Interno Mariano Rumor, reo di non aver instaurato lo stato di emergenza dopo Piazza Fontana, e rilanciare la "pista rossa" per la strage del '69.
Bertoli, un individuo manipolabile e ricattabile, fu istruito dagli ordinovisti veneti e fornito di esplosivo da Sergio Minetto, un informatore della CIA. Nonostante il suo tentativo di camuffarsi da anarchico individualista (con un tatuaggio della "A" sul braccio), la sua fede politica apparve subito posticcia alla maggior parte della stampa, che ne evidenziò il profilo delinquenziale e la probabile strumentalizzazione.
A differenza di Piazza Fontana, la stampa e l'opinione pubblica non caddero nella trappola del "travestimento rosso", grazie anche al mutato clima politico e alla crescente consapevolezza della minaccia nera. L'attentato a Rumor, pur non raggiungendo il suo obiettivo, rivelò la persistenza di un piano golpista (la Rosa dei Venti) e le tensioni interne alla DC, che portarono a un riallineamento verso il centrosinistra e alla fine della strategia della tensione basata sullo scambio di attribuzione.
11. Brescia e Italicus (1974): L'Escalation Finale e la Reazione Antifascista.
Con il 1974 l’attacco dell’estremismo autoritario si eleva nella sua pericolosità non soltanto sull’asse Milano-Brescia, ma coinvolge il 28 marzo anche Varese.
Il 1974 fu un anno cruciale per lo stragismo, caratterizzato da attentati di intimidazione con una chiara matrice nera, come la strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio) e quella del treno Italicus (4 agosto). Questi eventi, che causarono rispettivamente 8 e 12 morti, segnarono un'escalation della violenza, con l'obiettivo di provocare una carneficina e indurre un intervento golpista.
La strage di Brescia, accelerata dalla sconfitta degli antidivorzisti al referendum, fu preceduta da minacce e volantini di Ordine Nero, che annunciavano gravi attentati. L'esplosione in Piazza della Loggia, durante una manifestazione antifascista, fu un attacco diretto contro i manifestanti, suscitando un'unanime condanna del fascismo e una massiccia reazione popolare, con uno sciopero generale senza precedenti.
L'attentato all'Italicus, il più sanguinoso dopo Piazza Fontana, fu anch'esso opera dell'eversione nera, con l'obiettivo di provocare un massacro e destabilizzare il Paese. Nonostante i numerosi segnali di preannuncio e le rivendicazioni di Ordine Nero, le indagini furono complesse e non portarono all'identificazione dei colpevoli. Tuttavia, la reazione antifascista e la consapevolezza della minaccia nera si rafforzarono, spingendo i politici a prendere provvedimenti e a denunciare le complicità negli apparati statali.
12. L'Eredità dell'Impunità: Verità Incompiute e Crepe nella Repubblica.
La democrazia ha bisogno di verità.
La lunga scia di stragi e tentativi di golpe tra il 1969 e il 1974 lasciò crepe permanenti nella vita politica e sociale della Repubblica, evidenziando un'eredità di impunità e verità incompiute. Nonostante l'individuazione dei colpevoli in molti casi, le condanne furono spesso mitigate o annullate, e i mandanti rimasero impuniti, alimentando la sfiducia nelle istituzioni.
Il sistema giudiziario, ostacolato da depistaggi, occultamenti di prove e collusioni tra servizi segreti ed estremismo, faticò a fare piena luce sugli eventi, come dimostrato dai lunghi e complessi iter processuali. Figure chiave come Paolo Emilio Taviani e Federico Umberto D'Amato, pur coinvolti in dinamiche ambigue, non furono mai imputati per le stragi, continuando le loro carriere politiche o professionali.
La strategia della tensione, pur non riuscendo a instaurare un regime autoritario, modificò profondamente gli equilibri politici, spingendo la Democrazia Cristiana verso un "consociativismo" con il PCI. Tuttavia, la mobilitazione antifascista e il lavoro della controinformazione contribuirono a svelare le trame eversive, generando una maggiore consapevolezza nell'opinione pubblica e ponendo le basi per riforme significative, seppur in un contesto di precarietà e incertezza.